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Quando conclude il primo volume della trilogia
autobiografia, Bob Dylan gioca un po' con i tempi e con le parole, fingendo di aver intuito
già allora ciò che oggi conoscono anche i libri di storia: "Il mondo
della musica folk era stato come un paradiso che dovevo lasciare, così
come Adamo aveva dovuto lasciare il giardino. Era troppo perfetto. Di lì a
pochi anni una vera e propria bufera di merda si sarebbe scatenata. Tutto
avrebbe cominciato a bruciare, reggiseni, cartoline precetto, bandiere
americane, e anche i ponti alle spalle. Tutti a sognare un'eccitazione senza
fine. La psiche dell'intera nazione stava per cambiare e in molti modi
sarebbe stata simile alla notte dei morti viventi". Può anche darsi che le
antenne dell'artista lo aiutassero a percepire, con largo anticipo, cosa
sarebbe successo, ma tutto rientra nell'ottica delle Chronicles: quella di
un rande storyteller (non c'era dubbio) che rilegge la storia, la
sua, quella degli altri e del mondo intero, secondo una personalissima
visione. Per questo il percorso delle Chronicles si dipana su coordinate
irregolari nel tempo e nello spazio, non senza una certa libertà. Più che
interpretarlo o capirlo, bisogna seguirlo con lo stesso senso di abbandono con cui ascoltiamo, da cinquant'anni a questa parte, le sue canzoni che,
come dice in Chronicles sono sogni che si cerca di far diventare veri, ed è
tutto lì perché la sua vita, la sua (auto)biografia non è stata dedicata ad
altro. Fondamentale. |
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