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John Henry festival |
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Colson Whitehead
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La fiera è come quella di tutte le città di
provincia, con il consueto contorno di bizzarrie e allegria
posticcia.
È un evento, a suo modo: la celebrazione
filatelica di John Henry, una figura epica nelle tradizioni
americane.
La sua ballata è stata cantata dall'ultimo dei bluesmen fino a
Johnny Cash: John Henry è colui che, secondo la leggenda, avrebbe
sfidato, con il suo martello, le trivelle a vapore, "una figura
molto amata dai socialisti americani, e dai progressisti in
generale. Perché sfida le macchine dell'industria, si erge in
difesa dei lavoratori. Non si rassegna a essere alienato dal
proprio lavoro".
Anche J., il protagonista di John Henry Festival, cerca di
tutelare la propria posizione, ma i tempi sono cambiati, non ci
sono più ferrovie da costruire o frontiere da scoprire, e "bisogna
pur cominciare da qualche parte. Siamo nel ventesimo secolo e la
fortuna bisogna costruirsela da soli". Per cui non c'è niente
di meglio che seguire, un evento dopo l'altro, la mandria di
giornalisti che vivono di gadget, abbondanti dosi d'alcool,
pettegolezzi e lunghi dialoghi con la segreteria telefonica. Fino
a quando uno dei tanti appuntamenti, la piccola fiera di provincia
dedicata a John Henry, non rivela il dramma, l'anomalia, il vuoto
della "dittatura del pop".
Un libro complesso, pieno di nodi irrisolti e per questo forte,
lucido, importante. |
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