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Alabama Blues |
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Tom Franklin
Sartorio |
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Le short stories di Tom Franklin hanno lo stesso
sapore agrodolce delle ballate di John Prine, non a caso citato in
uno dei racconti più toccanti. La stessa condivisione alle
umanissime esperienze dei personaggi, la cornice di un paesaggio
selvaggio e crudele quanto gli uomini che lo popolano, la
solitudine e la malinconia di vite finite fuori strada, spesso per
sempre. Non si tratta soltanto di particolari, ma sono proprio gli
elementi costituenti di ogni singola storia che poi ritornano
sempre alla vita e alla morte Tom Franklin racconta così, con
un'abilità cinematografica per il dettaglio: "Ieri sera ho preso
l'ascensore col mio Jack Daniel's in tasca. Lunghi e bianchi
corridoi d'ospedale. Bigi pannelli di legno su cui far scorrere le
dita. Rutto. Mi sono perso. Chiedo e un tipo mi indica la stanza.
Sono rimasto lì impalato accanto alla porta. Poi ho bussato e sono
entrato. Era più pelle e ossa del solito, una cera ancora più
pallida, ma cominciò a chiacchierare come fossimo nella sua
veranda e tutto filasse liscio". Senza lasciarsi abbagliare dagli
strilli e dai messaggi lanciati per aria, c'è qualcosa di antico
che emerge nella scrittura di Tom Franklin, qualcosa che nelle
parti più oscure e vitali sembra quasi gotico, ma non è difficile
intuire che dietro Alabama Blues ci sia un vero e sanguigno
storyteller con il senso della storia non meno di quello del
ritmo.
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